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Mondo arabo: laicizzare il sistema politico

 di Alessandro Claudio Giordano

In questi ultimi anni, l’ingombrante presenza dell’Isis ha falsato la percezione che si aveva della situazione politica in Medio Oriente e soprattutto delle prospettive di sviluppo di una società, quella araba, depauperata di progetti ed iniziative.

 

E questo a torto, perché per risolvere i problemi di carattere geopolitico che i fatti terroristici si sono portati dietro, diventa indispensabile ragionare sulla stabilità politica dell’area e sulla capacità dei paesi di far fronte comune. Qualcuno anni orsono aveva salutato la caduta dei regimi del Magrheb come un passo determinante nello sviluppo democratica, ma nostro malgrado, si è distrutta la rete laica che sarebbe stata di ottimo supporto per la rifondazione dello Stato in Tunisia, come in Libia ed in Egitto. Si è consentito all’islam politico di gestire la politica dell’area ed il risultato è stato lo scempio politico e sociale che ha percorso negli ultimi anni il Mediterraneo. Così oggi siamo all’anno zero. Non c’è una linea guida definitiva e soprattutto manca la cultura della mediazione e la capacità di fare la scelta migliore, senza cadere nell’abituale manicheismo cieco. Siamo tornati indietro di alcuni decenni. Più o meno alla metà degli anni quaranta. Solo che allora nacque dall’intuizione di due ingegneri damasceni, Michel Aflaq e Salam Al Bitar il Baath o Partito della Rinascita Socialista, che si mosse trasversalmente rispetto alle esigenze nazionali, diventando il fulcro del modello di stato laico nei paesi arabi. L’elemento di coesione era lingua e le caratteristiche di un socialismo senza frontiere dava la forza, e preservava da compromessi con le fazioni religiose. Con Aflaq si evidenziò la necessità del panarabismo a difesa di realtà che lentamente si avviavano alla ricostruzione  post coloniale. Il progetto di unione panaraba non avrebbe mai dovuto declinare, come in effetti fu, in pan islamismo. Era una scelta laica e per quanto criticabile rappresentò la scelta certa verso l’autodeterminazione e la stabilità di un’area di grande importante anche perché centrale per gli equilibri internazionali. Per mettere all’angolo il terrorismo non si può non prescindere dall’unità di intenti, di un progetto che come in passato riparta dalla secolarizzazione delle istituzioni ed un marcato coinvolgimento della gente nella vita pubblica. Le campagne di reclutamento delle organizzazioni terroristiche, l’ISIS in testa, presumono interventi sul tessuto più debole, povero ed emarginato della società araba. Per questo che paesi come Libia, Tunisia, Algeria e Marocco, ma anche Egitto ed Iraq rappresentano i terminali nevralgici dell’arruolamento. E l’Europa come la Russia e gli Stati Uniti dovranno guidare le scelte di stabilità dell’area, accettando la mutua collaborazione. E questo varrà comunque anche per il Medio Oriente dove Israele, Giordania e Libano, vivono da anni una situazione paradossale, ostaggi delle fazioni politiche che gravitano all’opposizione della prima ora di forte matrice terroristica come, Hezbollah, Hamas, Fronte di Liberazione della Palestina ad esempio. Questo è il terrorismo della prima ora, diversa la matrice, certo l’obiettivo: dar fuoco alle polveri e rendere ancor più instabile tutta l’area mediorientale e lo scacchiere europeo. Ed il vecchio continente dovrà coordinarsi per evitare altre pericolose impasse i cui danni sarebbero poi incalcolabili

 

 

 

 

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